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Caso pratico riduzione commissioni OTA

Un appartamento che lavora bene sulle OTA può sembrare una macchina perfetta. Calendario pieno, recensioni positive, flusso costante di prenotazioni. Poi si guarda il conto economico e il punto critico emerge subito: troppe commissioni, troppo margine lasciato sul tavolo. Questo caso pratico riduzione commissioni OTA parte proprio da qui, da una situazione comune a molti host che incassano bene ma trattengono meno di quanto dovrebbero.

Parliamo di un host con 2 appartamenti turistici in una città d’arte italiana. Occupazione media annua al 72%, ADR di 128 euro, permanenza media di 2,8 notti. La distribuzione delle prenotazioni è sbilanciata: 78% da OTA, 12% da repeat guest, 10% da passaparola e contatti diretti occasionali. Il problema non è solo il costo della commissione. Il problema è la dipendenza.

Quando quasi 8 prenotazioni su 10 arrivano da canali intermediati, l’host perde margine, controllo sul contatto ospite e possibilità di riacquisto. In pratica paga ogni volta per vendere lo stesso tipo di soggiorno, anche quando quell’ospite potrebbe tornare senza passare da una piattaforma.

Il punto di partenza: quanto costano davvero le OTA

Nel nostro esempio, l’host genera circa 238.000 euro di fatturato lordo annuo. Di questi, circa 185.000 euro arrivano da OTA. Se consideriamo una commissione media complessiva tra il 15% e il 18%, tra fee dirette, sconti obbligati, promozioni e costi indiretti di visibilità, il costo reale dei canali si colloca tra 27.750 e 33.300 euro l’anno.

Qui serve una distinzione utile. Ridurre le commissioni OTA non significa smettere di usarle. Per una piccola struttura sarebbe spesso una scelta controproducente. Le OTA servono per acquisire domanda, presidiare mercato e riempire i buchi di calendario. Ma se restano l’unico motore commerciale, il business diventa fragile.

La domanda giusta non è se tenere o togliere Booking o Airbnb. La domanda giusta è: quante prenotazioni future posso spostare su un canale diretto senza compromettere l’occupazione?

Caso pratico riduzione commissioni OTA: l’obiettivo realistico

L’host del nostro esempio non punta a una rivoluzione. Punta a un obiettivo misurabile: portare in 12 mesi il peso delle OTA dal 78% al 58%. Non significa perdere visibilità. Significa trattenere una quota maggiore di ospiti già acquisiti e farli tornare in modo diretto.

Tradotto in numeri, vuol dire spostare circa il 20% delle prenotazioni annuali da un canale con commissione a un canale senza intermediazione. A parità di fatturato, il recupero di margine può superare i 9.000-10.000 euro annui. Senza aumentare il numero di immobili. Senza alzare per forza i prezzi. Senza complicare la gestione.

Questo è il punto che spesso sfugge: il margine più facile da recuperare non arriva solo da più vendite. Arriva da una distribuzione migliore delle vendite.

Il problema operativo che blocca quasi tutti gli host

Molti host sanno che dovrebbero aumentare le prenotazioni dirette. Il punto è che nella pratica non hanno un processo. Raccolgono pochi dati, li gestiscono male o non li usano. Il check-in viene trattato come un adempimento. La comunicazione durante il soggiorno resta sparsa tra chat, telefono e messaggi ripetitivi. Dopo il check-out il rapporto si interrompe.

Così l’ospite che ha già soggiornato, si è trovato bene ed è potenzialmente pronto a tornare, alla prenotazione successiva ripassa comunque dall’OTA. Non perché lo preferisca davvero, ma perché è il canale più comodo che trova in quel momento.

In altre parole, l’host paga una seconda volta per un cliente che aveva già in casa.

La soluzione applicata nel caso pratico

Per ridurre la dipendenza dalle OTA, l’host interviene su tre fasi del soggiorno: raccolta contatto, esperienza in struttura, riattivazione post soggiorno.

Prima fase. Il contatto ospite viene raccolto in modo ordinato e verificato durante il check-in. Questo passaggio è decisivo perché crea una base dati pulita, non un archivio improvvisato fatto di screenshot, numeri WhatsApp sparsi e email perse.

Seconda fase. Durante il soggiorno, l’ospite riceve informazioni utili in modo semplice, senza dover chiedere ogni volta le stesse cose. Qui il vantaggio non è solo di tempo. È di percezione del servizio. Un soggiorno più fluido aumenta la probabilità che l’ospite torni direttamente.

Terza fase. Dopo il soggiorno, il rapporto non si spegne. L’host mantiene un canale diretto con ospiti già verificati e soddisfatti, cioè il segmento più facile da convertire senza commissioni.

È qui che una soluzione come Ask Leo entra in modo naturale: non come software complesso da imparare, ma come sistema pratico per trasformare il soggiorno in un asset commerciale. Meno messaggi ripetitivi, più contatti ordinati, più occasioni di riacquisto diretto.

I numeri dopo 12 mesi

Vediamo cosa succede nel caso pratico riduzione commissioni OTA dopo un anno di lavoro costante.

L’occupazione resta stabile, con una lieve crescita dal 72% al 74%. L’ADR sale da 128 a 131 euro, non per una strategia aggressiva di pricing, ma per una migliore qualità della domanda e per meno necessità di sconti sui canali intermediati. La quota di prenotazioni OTA scende dal 78% al 59%. Le prenotazioni dirette e repeat guest salgono dal 22% al 41%.

Sul fatturato annuo il salto non è clamoroso. Il vero salto è sul margine. Le commissioni pagate ai canali scendono di circa 11.400 euro. Anche ipotizzando piccoli costi operativi aggiuntivi per organizzare meglio il flusso diretto, il recupero netto resta molto alto.

C’è poi un altro effetto meno visibile ma concreto: si riduce il tempo perso nella gestione. Meno richieste duplicate, meno caos sui documenti, meno rincorse manuali. Per un host indipendente questo ha un valore economico reale, anche se spesso non viene messo a budget.

Cosa ha funzionato davvero

Non ha funzionato una singola azione. Ha funzionato la continuità del processo.

L’host non ha cercato di strappare prenotazioni dirette in modo forzato durante il primo soggiorno OTA. Questo approccio è spesso inefficace e rischioso. Ha invece lavorato sul dopo, quando il cliente aveva già sperimentato la struttura, capito il livello del servizio e maturato fiducia.

Ha funzionato anche la semplicità. Se il sistema di raccolta dati, comunicazione e ricontatto diventa macchinoso, l’host smette di usarlo. Nelle piccole strutture vince ciò che si implementa in fretta e si mantiene senza fatica.

Infine, ha funzionato il cambio di mentalità. L’ospite non è stato trattato come una prenotazione conclusa, ma come un contatto da valorizzare nel tempo. È una differenza piccola solo in apparenza. Sul margine annuo pesa parecchio.

I limiti da considerare

Serve però realismo. Non tutte le strutture possono ridurre le commissioni OTA con la stessa velocità.

Se lavori in una località con domanda molto occasionale e basso tasso di ritorno, il peso delle prenotazioni repeat sarà inevitabilmente più contenuto. Se hai un portafoglio clienti molto internazionale, il canale diretto richiede più attenzione nella comunicazione e nella fiducia percepita. Se gestisci soggiorni lunghi o molto stagionali, i tempi di ritorno dell’ospite possono essere più lenti.

Questo non annulla la strategia. Semplicemente cambia le aspettative. In alcune strutture il recupero si vede già nei primi mesi. In altre serve un ciclo più lungo. L’errore è aspettarsi risultati senza avere un sistema per raccogliere, ordinare e riattivare i contatti.

Come applicarlo alla tua struttura

Se vuoi usare questo caso pratico riduzione commissioni OTA come riferimento, parti da tre domande semplici.

Quante prenotazioni arrivano oggi da ospiti già passati in struttura? Quanti contatti ospite hai davvero utilizzabili, ordinati e verificati? Quante informazioni ripeti ogni settimana manualmente durante il soggiorno?

Le risposte ti fanno capire subito dove si crea la perdita. Se i repeat sono pochi, il problema non è solo commerciale. È di processo. Se i contatti sono disordinati, non puoi costruire prenotazioni dirette. Se passi ore in messaggi ripetitivi, stai consumando tempo che potrebbe essere investito su attività che generano margine.

Il punto non è diventare indipendenti al 100% dalle OTA. Per molte strutture non sarebbe nemmeno sensato. Il punto è usarle come canale di acquisizione, non come unica forma possibile di relazione con l’ospite.

Quando inizi a ragionare così, la redditività cambia. Ogni soggiorno non vale solo il ricavo di oggi. Vale anche la probabilità di una prenotazione futura senza commissioni. Ed è lì che il business smette di girare solo sul fatturato e comincia a proteggere davvero il margine.

Se gestisci una casa vacanza o più appartamenti turistici, il passaggio utile non è fare tutto insieme. È mettere ordine in un flusso che oggi disperde contatti, tempo e profitto. Da lì in poi, ogni prenotazione diretta in più pesa molto più di quanto sembri.

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